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………..E’ tempo di Fashion revolution

In altri termini, si festeggia l’Earth Day. In tutto il mondo, da Oriente ad Occidente, con feste, installazioni e appuntamenti green, si vuole sensibilizzare una tematica piuttosto discussa: tutelare e proteggere il nostro pianeta.
Il Fashion environment ha preso parte a questo movimento attraverso diverse iniziative.
Durante gli ultimi giorni su YouTube imperversa un video musicale, con protagonista la cantante MIA e alcuni ballerini spettacolari, in cui H&M promuove la World recycle week. Dal 18 al 24 Aprile in tutti i negozi della catena svedese si potranno portare i propri abiti dismessi per dargli una nuova vita, per rimetterli in un ciclo produttivo anziché nella spazzatura. Devo ammettere di avere un po’ il debole per la moda sostenibile, per il riutilizzo dei materiali o addirittura la ricerca di nuove soluzioni per creare abiti che siano compatibili dal punto di vista ambientale ed etico. In un precedente viaggio in Spagna avevo già conosciuto Ecoalf, un brand che riutilizzava materiale plastico dimesso sui fondali marini per le sue collezioni e in seguito avevamo chiesto a Lucia Russo di LRUrbanCouture , per il Modest Fashion Made in Italy, il suo approccio sostenibile nella realizzazione delle stampe digitali.

Questa settimana si parla anche di Fashion Revolution con un uno slogan “who made my clothes? “: da Facebook a Instagram, migliaia di persone postano le foto dei brand dei loro capi di abbigliamento chiedendo per l’appunto da dove provenga quell’abito, quale sia il suo iter di realizzazione. Diventa palese quindi la necessità di capire cosa indossiamo, da dove viene e di avere trasparenza a livello produttivo. Questo slogan viene promosso dal team di Fashion Revolution , organizzazione no profit di base a Londra, nata tre anni fa, quando dopo il disastroso episodio del collasso di uno stabilimento produttivo in Bangladesh, il messaggio fu chiaro e limpido: qualcosa di nuovo e progressista deve essere fatto. Così il 24 Aprile di ogni anno viene celebrato il Fashion Revolution Day, dove il potere della moda viene enfatizzato come strumento per cambiare un contesto sociale, per implementare nuove soluzioni, come un carburatore che può arrivare direttamente alle persone e stimolare la loro sensibilità.

Il tema della sostenibilità, unito alla tutela dei diritti umani e del nostro ambiente assume così un certo peso. Perché? perché proprio ora?
Sapere da dove proviene un prodotto e come viene elaborato permette una maggiore trasparenza, richiede alla casa di produzione una comunicazione responsabile ed onesta verso il cliente finale. Negli abiti dei giovani stilisti si fa largo il cotone organico, la canapa, tutti materiali che vengono dalla natura e con un impatto minore rispetto alle fibre sintetiche. Nel mondo Medio-Orientale abaya, hijab sono spesso fatti di polyester, rayon e nylon. In questo caso optare per dei materiali organici, che permettano alla pelle stessa di respirare è essenziale.
Tra le iniziati nel settore modest e ifash, Islamic Fashion Council ha nominato questa settimana il suo responsabile per il dipartimento della moda etica e sostenibile, affidando nelle mani esperte di Ayesha Siddequa la cura dei brand a sostegno di una moda etica, che non intacchi lo stile e la qualità della loro offerta.
Ayesha è anche il Country Coordinator UAE dei Fashion Revolution Days e rappresentate di IFDC durante la Global Sustainable Fashion Week.

Per quanto riguarda l’ambiente, non ci sono distinzioni o barriere, interessa tutti noi, nella nostra umanità e la nostra volontà di creare un percorso di valore, in cui la curiosità e l’interesse non lasci mai spazio all’indifferenza.

Trovate gli appuntamenti dei Fashion Revolution Days sparsi per il mondo nel sito www.fashionrevolution.org, intanto alcuni di quelli italiani.

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