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Arabia Saudita, Dhahran

Quando leggo alcuni annunci di ricerca del personale mi sembra che ricalchino tutti uno stesso schema: ottima conoscenza delle lingue, ottime capacità analitiche, ottima predisposizione alle relazioni interpersonali, eccellenti doti comunicative. Tutti vogliono l’eccellenza , posso capirlo, ma spesso tutta questa ottima carrellata di competenze, conoscenze e capacità si affinano con il tempo, con prove concrete. Ho capito solo dopo una lunga serie di osservazioni sociali che eccellere nella costruzioni di queste abilità, forse doti, dipende dalla mia empatia, dal mio livello di compassione, dalla mia capacità di capire l’altro e iniziare un rapporto di mutua dipendenza. Ho potuto riscontrare di avere, in parte, imparato la capacità di instaurare relazioni interpersonali quando, anni dopo, compagni di sventure e avventure professionali si ripresentavano a bussare alla mia porta celebrandone le intese consolidate. D’altro canto capivo di aver perso queste doti quando da qualche parte tra arroganza e animalità, presa dalla rabbia per una mancata comunicazione e intesa tra esseri umani , scagliavo sul muro qualsiasi cosa avessi sottomano. Nessun ferito tengo a precisare.

Fortunatamente nel tempo ho affinato la tecnica per migliorare queste doti e non inciampare nel lungo vestito di animalità, muovendomi a mio agio. Per questo motivo oggi mi trovo a Dhahran in Arabia Saudita, dove un caro amico di origini egiziane, ovviamente precedente compagno delle avventure e sventure di cui sopra, mi ha invitata a conoscere la sua nuova vita. E’ giovedì sera e visto che domani non deve lavorare ci concediamo una cena fuori con la sua nuova famiglia. Nell’auto che mi viene a prendere discorro con la sorella, giovane donna che da poco ha lasciato Il Cairo, con cui di recente avevo conversato in merito alla mia continua ricerca di ispirazioni su tessuti, forme e colori, discorrendo delle trascorse giornate della moda di Abu Dhabi. Sono perfettamente a conoscenza che l’outfit che oggi sceglierò sarà dominato dal colore nero e che a incorniciare il mio viso questa volta sarà un particolare capo con cui ho poca dimestichezza. La scelta del mio abito deve essere accurata e rispettosa, come sempre del luogo, ambiente, cultura e veicolare la mia abilità nel costruire ottimi rapporti interpersonali.

Per questa occasione mi faccio ispirare da Dana Al Taji, conosciuta anche in occidente per aver reso gli abaya una moda per tutti i target sociali. La sua collezione con il brand Layal, esposta anche ai fashion days di Abu Dhabi è di una eleganza raffinata, dove al nero dell’abito si associano inserti di colore e ricami decorativi. Opto per un abaya dal cuore rosa antico fino ai piedi, intarsiato di rose ricamate su tutta la lunghezza. Rosa come il colore della busta con cui i capi vengono consegnati alle clienti e come il colore per eccellenza che rimanda alla donna nell’immaginario collettivo. Completo con un piccola cintura gioiello attorno ai fianchi e le lunghe maniche nere del coprispalle che avvolge le estremità del mio abito.

L’unico timore è di non riuscire a destreggiarmi bene, a non capire in profondità l’andatura e l’ondeggiare del capo che arriva ai miei piedi; è la paura di inciampare e non riuscire a portare a termine la maestosità di ciò che ho appena imparato ad indossare. Le altre ragazze mi aiutano nella vestizione con il nijiab, facendomi sentire supportata nella mia docile coltivazione interpersonale. Curioso tra le collezioni di abaya di questa designer originaria de Il Cairo ma spesso in viaggio e sono evidenti i suoi sforzi di rendere l’abaya un capo moderno e prezioso come veicolo della trasformazione della voce delle donne in Medio Oriente.

Il volere della stilita nella sua creazione è di offrire alle donne delle sua terra eleganza e agilità nel presentarsi di fronte al mondo. Non voglio aver paura di inciampare ma imparare con eleganza a portare e ad affinare il mio portamento, creando un legame, maturando una relazione interpersonale con una moda con la quale cercherò di avere familiarità. Le ragazze mi chiamano, dobbiamo andare, stasera si mangia italiano ma attorno al tavolo tutti avremo la stessa voce in capitolo e parleremo tutte con la stessa metrica.

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