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La finanza islamica in Malesia

– di Paolo Macina –

Nella comunità finanziaria del sudest asiatico c’era molta attesa, in giugno, per l’uscita del Malaysia Islamic Finance Report 2015, il rapporto che Thomson Reuters presenta ogni anno a Kuala Lumpur, in partnership con CIMB Islamic, l’Islamic Research and Training Institute di Jeddah e il General Council for Islamic Banks and Financial Institutions di Manama (Bahrein): il quinto della serie.

sukuk indonesiaIl motivo dell’attesa è presto detto: si voleva valutare l’impatto a regime dell’Islamic Financial Services Act, divenuto legge nel corso del 2013 e che implementava l’Islamic Banking Act emesso nel lontano 1983 per regolamentare il mercato locale. Stiamo parlando della regolamentazione del maggior mercato economico di obbligazioni sukuk, cioè Shari’a compliant, del mondo, con più del 60% del mercato per un ammontare di 164 miliardi di dollari (dati del primo semestre 2014).

La Malesia fu il primo paese al mondo ad emettere un sukuk sovrano nel 2002 e negli ultimi anni è stata responsabile dell’emissione di circa i tre quarti di tutti i sukuk mondiali (v. grafico). Obbligazioni sukuk vengono ormai emesse regolarmente da tutte le banche malesi, dal governo, dalla Petronas, dal conglomerato Sime Darby, dal fondo sanitario Khazanah Nasional e dalla Malaysia Airlines, facilitati anche dalla presenza di un efficiente mercato secondario. La strategia dichiarata dal governo malese è quella di portare l’attuale proporzione di finanza islamica rispetto al mercato domestico totale dall’attuale 24% al 40% nel 2020 (era il 19% nel 2009). Per confronto, la vicina Indonesia, che ha una delle più numerose popolazioni musulmane del mondo, ha solamente il 4% del suo mercato finanziario che rispetta la Shari’a. Ma come ha fatto questo paese, la cui popolazione è passata da 8 milioni nel 1960 ai 29 milioni nel 2012, a diventare un hub mondiale della finanza islamica?

Nata nel 1963 come Stato federale dell’Asia sudorientale dopo l’indipendenza ottenuta dagli inglesi, la Malesia è costituita da tredici stati e tre territori federali e avrebbe ancor più influenza economica se Singapore non avesse deciso nel 1965 di abbandonare consensualmente la federazione. Ha comunque un’economia vivace che la porta tra i primi trenta posti al mondo ed un sistema di welfare che garantisce sanità e scuola (fino a 19 anni) gratuite a tutta la popolazione.

Anche se la religione di Stato è l’Islam (la Costituzione malese garantisce la libertà di religione per i cittadini non malesi, mentre a nessun cittadino di etnia malese è consentito rinunciare all’Islam) che risulta anche la religione più professata (63,7% della popolazione; buddismo 17,7%, cristianesimo 9,4% ed induismo 6%), il suo governo è separato dalla guida spirituale e viene esercitato a rotazione ogni cinque anni dal monarca di uno dei nove stati che compongono la federazione; quest’ultimo ha potere esecutivo e legislativo esercitati insieme al governo e al Parlamento.

Nello sviluppo della finanza malese hanno sicuramente influito la vicinanza con il Regno Unito e Singapore, ma fondamentale per l’avvicinamento di questa ai precetti del Corano è stata, caso unico nel mondo musulmano, la costituzione del Pilgrims Management Fund and Board (in malese: Tabung Haji. www.tabunghaji.gov.my) da parte del governo malese nel 1962 e attivo dall’anno successivo, con l’obiettivo di facilitare i musulmani malesi a costituire il capitale necessario a sostenere il rito del pellegrinaggio alla Mecca. I primi 1281 partecipanti versarono in tutto 46.600 ringgit e furono buoni profeti: ora il fondo è sostenuto da circa quattro milioni di persone (un terzo di tutti i musulmani malesi, che possono versare il risparmio alla posta oppure farlo prelevare dallo stipendio, a partire da un minimo di 10 ringgit mensili, circa 2,5 dollari) e può contare su un capitale superiore ai due miliardi di dollari. Il fondo, oltre a garantire le spese e l’organizzazione per il viaggio favorendo il risparmio degli aderenti, usa i depositi per finanziare settori halal (il valore attuale degli investimenti è di circa 4 miliardi di dollari, soprattutto in agricoltura e immobili), garantendo l’esclusione della riba

E’ sicuramente da questo background che Bank Negara, la banca centrale malese, ha preso spunto per istituire nel 2005 l’International Centre for Education in Islamic Finance (www.inceif.org) e successivamente l’Islamic Banking and Finance Institute of Malaysia (www.ibfim.com). Il primo, forte dei suoi 2000 studenti provenienti da 80 paesi e della International Sharia Research Academy, è ormai il più importante centro universitario mondiale per gli studi di finanza islamica. Il secondo offre invece una notevole varietà di certificati in finanza islamica e consulenza a banche ed istituti che intendono essere rispettosi del Corano.

La Malesia è anche sede dal 2003 dell’Islamic Financial Services Board (www.ifsb.org), una istituzione internazionale con 188 membri (autorità di vigilanza, operatori di mercato, organizzazioni intergovernative) nata per promuovere la definizione di nuovi standard nella finanza islamica, e della prima banca islamica del sudest asiatico, Bank Islam Malaysia Berhad (www.bankislam.com.my), che iniziò ad operare il 1° luglio 1983 divenendo il centro del sistema finanziario islamico del paese.

images moneyLa presenza così massiccia di obbligazioni a medio-lungo termine, emesse anche da banche estere che vengono ad emettere i loro titoli sulla piazza di Kuala Lumpur, unita ad una legislazione chiara e trasparente, sta rendendo il mercato malese uno dei più stabili del sud-est asiatico. E le stime del Malaysia Islamic Finance Report 2015 ne hanno preso atto, prevedendo per questo mercato sviluppi double digit per i prossimi cinque anni. Il Global report analizza il mercato delle obbligazioni sukuk, che è formato da sei settori maggioritari – alimentare, abbigliamento, viaggi, media e intrattenimento, farmaceutica e cosmetica – ed altri, come salute e green technology, ad alta percentuale di sviluppo, sottolineando l’impulso che verrà dato dalle nuove linee guida introdotte nell’agosto 2014 dal Sustainable and Responsible Investment Sukuk. Viene anche stimato un forte incremento del settore delle assicurazioni Takaful, anch’esse ora sotto il controllo dell’Islamic Act, per il quale viene richiesta la suddivisione entro il 2018 delle linee dedicate alle famiglie e ai clienti business.

Un altro settore in espansione risulta essere quello dei prestiti per l’acquisto di immobili, che in Malesia è effettuato con due differenti modalità entrambe facilitate fiscalmente dallo Stato. La prima, ispirata al concetto della Murabaha, è denominata Bai’ Bithaman Ajil: i costi dell’immobile più il profitto per il prestatore (che risulta essere il proprietario fino al termine del prestito) sono conteggiati e pagati in un numero di anni prefissato. La seconda, meno usata, è denominata Musharaka Mutanaqisa o Diminishing Musharaka e prevede una partnership tra banca e cliente per acquistare l’immobile: si inizia per esempio con la banca proprietaria al 90% e il cliente al 10%, per poi invertire progressivamente le percentuali tramite il pagamento di un affitto annuo che tenga conto della restituzione del prestito, delle principali spese condominiali e del profitto concordato.

Oltre a numerose interviste ai principali attori della finanza e dell’industria malese, il report osserva anche l’impatto dell’Islamic Financial Services Act 2013, che ha reso il paese asiatico “independent and forward-thinking in the Islamic finance policies”. E’ aumentata la protezione per la clientela, l’inclusione finanziaria e la distribuzione del rischio, oltre alla maggior garanzia che i prodotti Shariah-compliant sono correttamente allineati all’eticità richiesta dall’Islam. In particolare, la riclassificazione dei depositi in depositi islamici garantiti e investimenti non garantiti – la maggiore novità contenuta nell’Islamic Act – consentirà, secondo gli analisti di Thomson Reuters, una strategia di diversificazione che espanderà la platea di clienti interessati al business faith oriented aumentandone la trasparenza e diminuendone il rischio sottostante in virtù dei maggiori criteri prudenziali richiesti.

Il report rileva infine un aumento di clienti retail sia per le banche islamiche che per le banche convenzionali con un settore dedicato alla finanza islamica, ed un aumento del livello di soddisfazione dei clienti stessi per i prodotti offerti.

Il mercato azionario malese ha reagito in modo contrastato all’entrata in vigore dell’Islamic act: nei due grafici seguenti sono riportati gli andamenti, da agosto 2014 ad agosto 2015, dell’Emas Shariah index relativo al mercato degli equity e del Sukuk index relativo al mercato delle obbligazioni sukuk (www.mifc.com).

Emas Sharia’h Index – Equity market: 

 grafico 1

BPAM All Sukuk Index – Sukuk market

grafico 2

L’applicazione dell’Islamic Act si è resa necessaria in virtù della previsione di un impetuoso aumento dei volumi. I principi diramati dall’Accounting and Auditing Organisation for Islamic Financial Institutions (AAOIFI, l’istituto con sede in Bahrain, considerato la maggior guida mondiale per i criteri Shariah-compliant), pur rappresentando un’importante influenza politica, non sono infatti sempre rispettati nei prodotti finanziari commerciati in Malesia, così come peraltro accade in diversi altri paesi nel mondo, perché non sono sempre traducibili nella realtà quotidiana. I principi indicano le linee guida ma non riguardano gli standard operazionali, e sono quindi interpretabili in modi differenti. La nuova legislazione intende superare questa problematica entrando nel dettaglio delle operazioni di mercato quotidiane.

Paolo Macina

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