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Il mercato halal: limiti e insidie

Per avere un’idea del mercato halal, dobbiamo tener conto che si tratta di un business di circa 2 miliardi di consumatori, con un giro d’affari stimabile attorno ai 600 miliardi di euro, e una crescita che negli ultimi anni è stata esponenziale. Il mercato halal è concentrato soprattutto nel ramo dei generi alimentari, ma copre anche farmaci, cosmetica, abbigliamento, il tutto prodotto e distribuito seguendo le prescrizioni islamiche.

Ogni Stato ha norme diverse in merito a orientamento religioso, norme doganali, tutela del consumatore e sistema legislativo. Spesso questa situazione implica che le merci europee, anche se contrassegnate come halal, non vengano accettate alle dogane di paesi musulmani, perché il paese di origine è considerato privo di uno standard di certificazione ritenuto idoneo e riconosciuto a livello internazionale, che è assente addirittura nei Paesi appartenenti alla Conferenza Islamica (OIC). Ad ogni modo bisogna anche dire che, al momento attuale, la restrizione riguarda soprattutto le carni, mentre c’è maggiore apertura per altri tipi di prodotti.

La certificazione halal nel nostro paese è una certificazione volontaria che aiuta poco le aziende. In genere essa ha validità annuale o biennale, che può riguardare sia il sito produttivo che il prodotto in sé, e che deve essere rilasciata da un ente riconosciuto. Quanto a quest’ultimo, devono essere previsti degli audit e, alle volte, delle spese per dei test di laboratorio, oltre che la previsione degli eventuali accreditamenti esteri.

L’errore più comune da parte di alcune aziende è stato quello di avvalersi di enti non accreditati e, pertanto, vedersi rifiutare le merci in dogana o, alle volte, esagerare sulla spinta del fenomeno sociale ed economico, certificando prodotti verso i quali la comunità musulmana generalmente esprime contrarietà, come i vari casi di birre o spumanti free-alcohol. In questi casi le frontiere mandano indietro al mittente i prodotti, o gli stessi sono addirittura snobbati dai distributori. Oltre alle multe pecuniarie, questo modo di fare va anche incontro a seri danni economici e d’immagine, a seguito della pubblicazione delle notizie sui media.

Le piazze di destinazione molto rigorose in tal senso sono Dubai, Malaysia e Singapore, che coincidono altresì con mercati in forte crescita e attratti dal made in Italy.

Tali considerazioni devono condurre all’istituzione di una commissione di studio che esamini il fenomeno, all’alleanza delle camere di commercio perché permettano alle imprese di fare rete, e al mirare alla tutela del consumatore musulmano con l’istituzione di un’associazione del consumatore studiata ad hoc. La messa in piedi di queste realtà permetterà sicuramente una riduzione degli scandali ai quali siamo attualmente abituati, come avviene per i ripetuti sequestri di carne non halal, l’ultimo dei quali avvenuto pochi mesi fa al mercato esquilino di Roma, col sequestro di 250kg di carne spacciata per halal ma priva della dovuta certificazione.

Ad oggi l’Italia può vantare una convenzione interministeriale che ha portato alla creazione di un marchio “halal made in Italy”, che sicuramente ha aiutato le aziende a prendere coscienza di un nuovo mercato che non rappresenta più soltanto una nicchia isolata. In Italia, infatti, si contano circa 120mila imprese gestite da musulmani, con una presenza vicina ai 2 milioni di individui.

Le aziende italiane che hanno tentato l’approccio a questo “nuovo consumatore” non sono state immuni dalle critiche delle realtà islamofobe del nostro paese, come è accaduto ad alcune catene della GDO pesantemente attaccate per la vendita nei banconi di carne halal, di cui si contestava la tecnica di macellazione.

La conoscenza e lo studio permetteranno in futuro di analizzare bisogni diversi, come dimostra il singolare esempio dello yogurt: in Europa le pubblicità puntano sulla cremosità del prodotto, cosa che nei paesi islamici sarebbe impensabile, perché la totale assenza di gelatina animale (che è uno dei componenti comuni dello yogurt che consumiamo tutti i giorni) rende la consistenza dello yogurt halal molto simile a quella di un budino…

A parte gli innumerevoli avvenimenti in giro per l’Europa tra forum, tavole rotonde, convegni, et cetera, è forse arrivato il momento che anche la Comunità Europea faccia la sua parte, con una precisa regolamentazione condivisa dagli Stati Membri.

Luigi Santovito

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