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La finanza eticamente orientata

– di Paolo Macina –

Cosa si intende per finanza etica? Secondo alcuni è un tentativo di redistribuire il denaro che i meccanismi dell’economia accumulano sempre più sovente nelle mani di pochi. Secondo altri, la finanza etica nasce per sostenere le attività di promozione socio-ambientale. Altri ancora la intendono come l’impegno ad evitare che i propri risparmi favoriscano attività peccaminose o moralmente scorrette per privilegiare quelle virtuose.

E’ comunque ormai unanimemente riconosciuto che l’idea di introdurre, nel mondo economico, principi etici con il quale operare, avvenne in ambito religioso. Non furono i laici, che pure nei secoli scorsi amministravano ampi settori dell’economia, che si interrogarono sull’impatto delle loro scelte sulle persone, sull’ambiente e sulla società; non furono neanche illuminati politici, e neppure monarchi o nobili divenuti improvvisamente sensibili alle miserie che circondavano i loro feudi. Il primo esempio storicamente rilevante di applicazione dell’etica religiosa ad una questione economica si deve ai protestanti Mennoniti. Accadde nel 1604 ad Amsterdam: in quel periodo la Dutch East India company acquistò una azienda di navigazione il cui capitano era sotto processo per aver attaccato e catturato un anno prima un galeone portoghese durante il conflitto tra le Province Unite e l’Impero spagnolo. Al termine del processo il capitano fu assolto ed il ricavato dell’arrembaggio fu acquisito dalla Dutch East India come bottino di guerra, ma alcuni soci mennoniti della compagnia, indignati dall’atto di pirateria, rifiutarono la quota di premio ad essi spettante e ne denunciarono il comportamento davanti al giudice. La compagnia fu successivamente assolta, ma quell’atto consegnò alla storia un comportamento destinato ad essere emulato da diversi altri gruppi religiosi.

Si dovette aspettare la rivoluzione statunitense per poter datare la nascita della prima obiezione di coscienza nell’utilizzo dei risparmi, da parte di piccole comunità di credenti indignate nel veder calpestati i precetti che ogni giorno leggevano nella sacra Bibbia e proclamavano nelle funzioni religiose. Le chiese Metodiste e Quacchere, forti delle proprie convinzioni, fecero pressione affinché si trovassero strumenti e modalità di investimento che garantissero loro una redditività, ma evitando di investire in attività che avessero a che fare con lo schiavismo. E’ da queste comunità che trova le proprie radici il primo fondo d’investimento eticamente orientato, il Pioneer Fund, nato nel 1928 a ridosso della grande crisi economica statunitense: gestiva gli investimenti finanziari di alcune istituzioni religiose statunitensi, evitando di acquisire titoli emessi da imprese operanti nella produzione di tabacco, alcool, gioco d’azzardo.

Nell’ultima parte del secondo millennio, al dilagare delle grandi guerre che hanno flagellato il nostro pianeta, i credenti di ogni tradizione religiosa hanno riflettuto sui meccanismi che le generano e sul come rimetterle in discussione togliendo loro le principali munizioni con le quali vengono combattute: i capitali. E’ così nata in questi anni una nuova definizione: quella del faith based investing, cioè l’investimento basato sulle opinioni religiose che sono usate come guida o come parere influente per le decisioni finanziarie. Risultano importanti in questo campo i concetti di “moralità” e “peccato”, secondo i quali è possibile oppure inaccettabile prestare denaro ad un ente o ad un progetto. Concetti evidentemente non economici, ma che influiscono ormai, viste le cifre coinvolte, ampi strati dell’economia dei paesi occidentali. Alcune comunità religiose possono risultare più avanti di altre nella elaborazione dei precetti religiosi in campo economico, ma è acclarato che è possibile trovare in tutti i testi sacri delle religioni monoteiste, e in molti testi e tradizioni orali delle filosofie orientali, gli stessi approcci per un uso responsabile del denaro, con regole che escludono determinati comportamenti ed altri che promuovono atteggiamenti più virtuosi.

C’è per esempio una regola aurea che tutti i movimenti di ispirazione religiosa ammettono come legge dalla quale discendono poi i comportamenti quotidiani in ogni aspetto della vita. Questa regola recita: “fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te, e non fare agli altri ciò che non vorresti loro facessero a te”. Essa è presente nel Talmud (Shabbat, 31 a) come nei Vangeli (Luca 6:31), nella Mahabarata induista come nel Taoismo (Il Thai-Shang, 3), nel Buddismo (Udana – Varqua, 5:18) come nel Confucianesimo (Analetti, XV, 23), nello Zoroastrismo (Dadistan-i-Dinik, 94:5) come nella Sunna islamica (Bukhari e Muslim). Da questo punto di vista la guerra è sicuramente il principale evento che nessuno vorrebbe subire, e quindi da evitare di imporre se non si vuole essere ripagati con la stessa moneta. Anche se già nelle applicazioni più immediate di questa basilare affermazione sorgono le prime sfumature nei comportamenti da adottare.

E’ inoltre presente in diverse confessioni l’usanza di destinare una parte del proprio reddito annuo in opere di carità. Secondo gli standard ortodossi, un ebreo praticante deve aiutare ogni persona che si trovi nel bisogno con la beneficenza (tzedakah), termine che deriva dal radicale tzade – daleth – kof che evoca le idee di giustizia e di rettitudine come le esprime il versetto biblico Tzedek Tzedek Tirdof (la giustizia, la giustizia tu cercherai – Deuteronomio 16:20). Per il mondo islamico, Lo zakat rappresenta il terzo pilastro dell’economia islamica: letteralmente significa “purificazione” ed il suo pagamento (pari al 2,5% dei cespiti patrimoniali) viene considerato dai musulmani essenziale perché purifica la ricchezza dalla sua malefica tendenza ad accumularsi nelle mani di pochi. La Shari’ah riconduce l’istituzione di questa tassa al credo fondamentale che tutto appartiene a Dio e quindi parte dei beni posseduti va devoluta alla comunità per far fronte alle esigenze di tutti i membri. E’ quindi soprattutto un sistema di redistribuzione della ricchezza che dovrebbe arginare i fenomeni della povertà. Per i Mormoni ed i Cattolici, Il motivo per cui è richiesto ad ogni fedele di versare la decima (e quindi una percentuale del 10% dei propri redditi) è spiegato dalle parole contenute nel Vecchio Testamento (Malachia 3:8-10, Bibbia di Re Giacomo): in esse la parola “restituzione” è centrale perché tutto ciò che viene guadagnato o posseduto in questa vita è dato, in ogni caso, da Dio. Egli dà ai suoi fedeli tutto quello che hanno e chiede solo che una parte di esso venga ridistribuita per portare benedizioni e felicità.

Ancora, il divieto di prestare ad usura nel cristianesimo era considerato proibito nel Basso Medioevo, in base a un passo del Vangelo di Luca (6,34), mentre ai giorni nostri non sembra avere particolare effetto sui fedeli cattolici. Nella cultura giudaica la Torah vieta di prestare a interesse o trarre utile da propri familiari (Levitico, 25: 35-36) e da persone delle dodici di tribù di Israele, ma è consentito il prestito a interesse verso lo straniero (Deuteronomio, 23: 20). Per gli arabi credenti il Corano in proposito è invece molto preciso: recita infatti la sura II vv. 275-280 che “Coloro che si nutrono di usura resusciteranno come chi sia stato toccato da Satana… Ma Allah ha permesso il commercio e ha proibito l’usura… O voi che credete, temete Allah e rinunciate ai profitti dell’usura se siete credenti”. Interessante sottolineare che il concetto di usura non è unanimemente condiviso: alcuni lo intendono come qualsiasi prestito dietro pagamento di interessi, altri solamente come il prestito a interessi superiori a quelli accettati dalla società (per esempio oltre l’inflazione).

Infine, il precetto di supportare economicamente solo attività moralmente accettabili (halal) e bandire invece quelle immorali o peccaminose (haram) è contenuto in diversi libri sacri; quello che invece cambia è l’elenco delle prime e delle seconde, anche se alcuni settori (per esempio la pornografia, il gioco d’azzardo, il commercio di armi) sono evitati da tutte le confessioni religiose. Più facile convenire sulle esclusioni, che essere d’accordo sui criteri inclusivi. E’ però da sottolineare una ulteriore precisazione in questo senso non contenuta nel Corano ma in alcuni hadith della Sunnah e non presente in altri testi sacri: il divieto cioè di effettuare investimenti gharar, letteralmente rischiosi o che danno àdito a incertezze. Non è una precisazione da poco: in base a questo precetto, ogni investimento deve finanziare una operazione precisa e conosciuta. Ne deriva per esempio che i sukuk maggiormente utilizzati nella finanza islamica devono avere un sottostante noto e, essendoci poca propensione al rischio, sono spesso preferiti da governi che vi ricorrono per finanziare progetti pubblici.

La finanza etica laica, partita buona ultima nella elaborazione di questi concetti, ha invece sviluppato negli ultimi decenni criteri universalmente condivisi che in Italia sono elencati nel Manifesto della finanza etica (www.finanza-etica.it). Riguardo le regole sopra menzionate, le condivide tutte tranne quella relativa alla beneficienza se inserita obbligatoriamente nell’investimento: le istituzioni finanziarie che vendono prodotti così strutturati infatti, non fanno altro che utilizzare i denari dei risparmiatori riducendo loro in proporzione il tasso di interesse, togliendo addirittura la possibilità al risparmiatore di scegliere l’ente cui destinare i proventi. Un modo considerato subdolo di fare beneficienza con i soldi altrui.

In particolare Banca Etica, una istituzione che in questi anni in Italia ha avuto uno sviluppo notevole (più di 37.000 soci, un miliardo di euro di risparmio raccolto e più di 800 milioni utilizzati per finanziare attività eticamente orientate), oltre ad utilizzare metodi inclusivi ed esclusivi per i propri fondi etici (che portano un altro miliardo di euro di raccolta) riportati sul sito ufficiale della sgr, applica in parte il precetto di divieto del gharar ai finanziamenti pubblicando sul sito della banca tutti i soggetti finanziati e l’importo loro concesso fin dalla sua nascita nell’ormai lontano 1999: caso unico al mondo di totale trasparenza bancaria.

Inoltre, la finanza etica laica aggiunge ulteriori regole. Per esempio amplificando i cosiddetti metodi di inclusione ed esclusione, che costituiscono la base della selezione etica, tramite una valutazione trasparente dei comportamenti delle aziende in cui investono (in gergo la comprehensive screening); oppure, nel tentativo di coinvolgere la maggior collettività possibile nelle scelte, cercando di influenzare con una presenza critica, durante le assemblee dei soci oppure contattando il management, le aziende nelle quali hanno depositato i fondi, per indirizzarle verso comportamenti sempre più virtuosi. E’ il fenomeno dello sharehowner activism o shareowner advocacy. Tali pratiche sono state inserite nella gestione di diversi fondi riconducibili al mondo Protestante.

Sicuramente, un buon metodo per valutare il grado di eticità degli strumenti finanziari etici è quello di verificare fino a dove essi si spingono nel valutare le attività degli enti a cui prestano il denaro, e come si comportano quando uno di essi non agisce più secondo le loro aspettative. Negli ultimi anni i movimenti di opinione laici hanno prodotto istituzioni finanziarie come la Graemeen Bank in Bangladesh, la Oekobank in Germania, oppure PerMicro e Banca Etica in Italia che non hanno più solo un valore simbolico, ma di alternativa concreta alla finanza tradizionale.

E’ ormai certa la potenzialità di cambiamento che risiede negli atti simbolici, per quanto piccoli possano risultare: le decisioni prese da esponenti religiosi, anche se dotati di mezzi limitati, possono avere un’eco mondiale e cambiare il corso della storia. Nelle loro mani non è solo consegnata la spiritualità degli individui, ma spesso anche la loro condizione terrena, e lo sviluppo di istanze etiche nelle finanze amministrate da enti religiosi conferma che tale prerogativa è ad essi nota. Come altrettanto nota è la resistenza prodotta dal mercato dei capitali alle ingerenze esterne, che per istinto pretendono di poter agire indisturbati, senza regole, nei quattro angoli del mondo. Gli enti religiosi possono risultare nel prossimo futuro l’elemento trainante per lo sviluppo dell’etica in campo finanziario. L’auspicio è che essi abbiano sempre più la consapevolezza degli impatti delle loro scelte.

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