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Zakat: la tassa islamica sulle ricchezze

La Zakat è uno tra gli istituti rivelati più importanti della religione islamica. Nel linguaggio comune essa viene generalmente (ed erroneamente) percepita come una “elemosina”, ma il termine della lingua italiana che ne rende più esattamente il significato è “decima”, in quanto si tratta di un vero e proprio prelevamento di una precisa quantità delle proprie ricchezze, a titolo “purificatorio” delle medesime.

L’importanza della Zakat è sottolineata dal fatto che essa è menzionata ben trenta volte dal Corano in associazione con la Salat, ossia la preghiera rituale che ogni musulmano compie in direzione della Mecca almeno cinque volte al giorno. In questa sede è impossibile soffermarsi, senza uscire eccessivamente fuori tema, sul concetto di Salat e sulle implicazioni dottrinali, rituali e metafisiche che esso occupa nella spiritualità musulmana, ma sia sufficiente affermare che essa è il principale canale di relazione tra Dio e il musulmano, una relazione propriamente ascendente/discendente in cui il dialogo tra il fedele e Dio diviene il tramite della discesa delle benedizioni divine (intese sia in senso spirituale che materiale) sui credenti. La stretta associazione della Zakat con la Salat acquista a questo punto un senso ben specifico, perché come la prima diventa il percorso “verticale” della diffusione delle benedizioni divine, la seconda ne diviene il percorso “orizzontale”, in cui il musulmano diffonde intorno a sé tali benedizioni ricevute dall’Alto, in direzione della comunità e della terra.

Dal punto di vista giuridico, la Zakat equivale ad una proporzione fissa del proprio patrimonio, quando questo eccede un valore minimo detto Nisab, e dopo che il musulmano abbia assolto a tutte le spese necessarie per se stesso e la sua famiglia (cibo, casa, vestiti, debiti da saldare, et cetera). La Zakat viene versata una volta nel corso di ogni anno islamico (che è lunare), e secondo la giurisprudenza classica essa viene versata nelle casse dello stato, che le ridistribuisce a coloro che ne sono i beneficiari. Ma in assenza di un’autorità centrale che amministri questa somma di denaro comunitaria in modo conforme alla legge islamica, è d’uso anche la prassi di distribuirla personalmente, e a titolo privato, a chi è titolato a riceverla.

Ma chi sono le persone che hanno diritto ad usufruire della Zakat? Secondo il Corano (sura 9 versetto 60) ci sono otto categorie di persone titolate a tal proposito: 1) i poveri; 2) i bisognosi; 3) i viandanti; 4) coloro che sono stati incaricati dall’autorità centrale per la sua riscossione (non per se stessi, ovviamente, ma per facilitarne la ridistribuzione); 5) gli schiavi; 6) le persone indebitate (affinché possano pagare i propri debiti); 7) coloro di cui bisogna “conquistare i cuori” alla causa di Dio, come coloro che si sono convertiti da poco alla religione islamica; 8) coloro che lottano sulla via di Dio. (1)

Si è detto che per queste persone la Zakat è un “diritto”. Tale parola va intesa nel senso più rigoroso e letterale del termine, e ciò si ricollega a quanto detto all’inizio circa la natura “purificatoria” della Zakat per colui che è chiamato a versarla. Da un punto di vista materiale, infatti, la Zakat ha precisamente la funzione di purificare il patrimonio del musulmano dal surplus inutile, e dal pericolo di una stagnazione della ricchezza e di un suo diseguale accentramento nelle mani di pochi, il che si traduce socialmente in una purificazione della società intera, e spiritualmente in una purificazione dei peccati e dell’egoismo del singolo, attraverso l’esercizio dell’altruismo e della generosità. La Zakat si configura, quindi, come uno strumento sociale di capitale importanza per lo sviluppo armonioso della società, in cui giustizia sociale, solidarietà e fratellanza vengono eretti a norma generale e regola di vita civile. L’accumulo ingiustificato della ricchezza da parte delle fasce forti della società viene scoraggiato e prevenuto, così come lo sviluppo dell’invidia e del risentimento sociale da parte delle fasce deboli. A monte di tutto ciò, vi è la consapevolezza che tutti gli uomini sono solo dei servi di Dio, il quale è l’Unico e il Solo Padrone del mondo e delle ricchezze che esso contiene, che Egli distribuisce e riordina nel modo che preferisce. E’ per questo motivo che il surplus del ricco (che questi ha ricevuto da Dio solo ed esclusivamente perché lo ridistribuisse, e di cui non ha bisogno per mantenere quell’agiatezza che, comunque, è suo diritto in quanto frutto delle sue fatiche) diventa il diritto del povero, che secondo la tradizione non dovrebbe nemmeno ringraziare per la Zakat ricevuta, avendo egli beneficiato solo di qualcosa che Dio ha destinato gli dovesse appartenere da sempre, e di cui altri sono stati semplicemente custodi e amministratori fino a quel momento.

Il tipo di Zakat di cui abbiamo parlato finora è più precisamente detto Zakat al-Mal, ossia la decima sulle ricchezze. Oltre a ciò, l’Islam ha anche stabilito un tipo di Zakat detto Zakat al-Fitr, che consiste nel pagamento di una piccola somma fissa a conclusione del digiuno del mese di Ramadan. La Zakat al-Fitr è obbligatoria per ogni capo-famiglia, che la paga per se stesso e per i familiari che sono a suo carico. Solitamente essa consiste in una piccola quantità di cibo pro capite da dare ai poveri, ma alcune opinioni giuridiche ammettono anche il versamento del suo equivalente in denaro.

Ci auguriamo che queste brevi note possano aver contribuito a gettare chiarezza su cosa sia la Zakat, e su quale significato sociale e spirituale essa abbia presso i musulmani. Una trattazione dettagliata delle regole giuridiche che la definiscono è al di là degli scopi di questo breve articolo, e per chi fosse interessato ad approfondirla rimandiamo ad altri articoli di questo sito e, soprattutto, a quanto i giuristi (fuqaha) hanno potuto scrivere sull’argomento nelle grandi opere di diritto islamico, alcune delle quali sono state in questi anni tradotte anche nelle principali lingue europee. (2)

 

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(1) In merito a quest’ultima categoria di persone, in un mondo in cui spesso la fede islamica viene dipinta in modo erroneo e distorto come causa di guerre e minaccia alla pace nel mondo, è necessario precisare che essa non ha nulla a che fare con supposti “finanziamenti” a realtà terroristiche che non solo non riguardano affatto gli insegnamenti del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), ma che spesso, al contrario, dietro una verniciatura superficiale fatta di slogan tratti del Corano e dalla Sunnah (Tradizione Profetica), nascondono in realtà ideologie e visioni del mondo totalmente agli antipodi rispetto alla tradizione islamica e che, con la scusa dell’Islam, portano avanti interessi politici ed economici personali.

Quando il Corano parla di coloro che si “sforzano” sulla via di Allah (che è il significato autentico ed originale del termine arabo “Jihad”), tale termine si può riferire ai ricercatori medici che “lottano” per sconfiggere le malattie, agli educatori che “lottano” per il progresso intellettuale della società, e via discorrendo, ivi compresi certamente anche i militari che combattono per difendere le loro patrie nei paesi musulmani, le quali esercitano un diritto che difficilmente si potrebbe accettare per se stessi e contestare per gli altri. Diritto che, ad ogni modo, va sempre e comunque inteso nei limiti imposti dalla giurisprudenza tradizionale islamica, il cui scopo ultimo è la pace, la giustizia e l’armonia tra i popoli.

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