Finanza Islamica

Le tecniche di profit and loss sharing e la finanza islamica

I principi che regolano le istituzioni finanziarie islamiche sono strettamente connessi al Corano e per molti versi si ispirano alle logiche della finanza etica svincolata dalle logiche del profitto. Le istituzioni finanziarie operano commercialmente rispettando i seguenti principi: Riba (divieto del tasso d’interesse), Gharar (divieto dell’incertezza), Maysir (divieto della speculazione), la contrapposizione tra ciò che è ritenuto lecito (halal) e ciò che non lo è (haram) e la Zakat (la tassa islamica).

Ai principi si affiancano delle tecniche di condivisione del rischio che sono proprie del sistema finanziario islamico, ben lontano da quello occidentale. La banca islamica infatti non concede prestiti, ma investe in attività reali mediante l’acquisizione, in misura più o meno importante, di quote di partecipazione. La banca entra in gioco come soggetto economico condividendo il rischio degli investimenti e acquisendo il diritto alla partecipazione dei profitti realizzati dall’impresa beneficiaria dell’investimento.
Le tecniche più diffuse del meccanismo di profit and loss sharing sono conosciute coi termini di “Mudaraba” e di “Musharaka“.

Il contratto di “mudaraba” è un contratto associativo misto che mette insieme lavoro e capitale. In un contratto di Mudaraba tra l’istituto finanziario e il cliente, il primo soggetto concede il capitale necessario al progetto imprenditoriale e, l’imprenditore, ci partecipa, apportando il proprio lavoro. In tale caso la banca partecipa agli eventuali profitti o perdite, mentre l’imprenditore partecipa esclusivamente ai profitti senza avere diritto ad alcuna remunerazione per lo svolgimento del proprio lavoro. La banca concede i soldi necessari per gli investimenti fissi del progetto e per le esigenze operative. Il cliente mette in gioco tutte le conoscenze e capacità lavorative perchè il progetto abbia una rendita favorevole. In caso di profitti, gli stessi saranno ripartiti, in base alle proporzioni fissate da contratto, tra banca e cliente. In caso contrario di perdite, la banca subirà la perdita a bilancio e il cliente dovrà restituire i fondi ottenuti depurati dall’ammontare delle perdite.

Il contratto di “musharaka” prevede invece la costituzione di un veicolo societario tra banca e imprenditore. Esso riguarda spesso investimenti di lungo termine e di rilevanza internazionale. In genere il contratto prevede anche il coinvolgimento di soci finanziatori con potere di voto e di partecipazione alla gestione del progetto, partecipando a eventuali profitti o perdite. L’imprenditore in questo caso non è solo colui che apporta il proprio lavoro, ma esso entra in gioco direttamente con una quota di capitali e partecipa di diritto a profitti e perdite.

Il contratto di musharaka è utilizzato per finanziare l’impresa, operazione solitamente ad alto rischio e motivo per cui si creano società ad hoc per finanziare il credito all’importazione o all’esportazione di merci mediante associazione tra banca e commerciante.
I soci finanziatori della musharaka entrano nel capitale dell’impresa costituita con quote di partecipazione solitamente tra il 50 e il 65%, con la riserva di trasferire i titoli nuovamente all’impresa dopo un certo intervallo temporale o di collocarli sul mercato.
Nonostante le quote siano rilevanti e il contratto preveda la gestione congiunta, solitamente i soci affidano in toto la gestione all’imprenditore, ritagliandosi un ruolo di consulenza e supervisione dell’operato.

Alla luce delle caratteristiche sopra illustrate, si conclude che il contratto di mudaraba è consigliato per le joint venture contrattuali destinate ad uno scopo comune attraverso la cooperazione tra i soci, mentre il contratto di musharaka è indicato per le joint venture corportation.

In Italia, questi strumenti potrebbero tornare molto utili soprattutto per il finanziamento delle start up innovative che faticano spesso a reperire capitale.

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