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Lo sviluppo della finanza islamica in Indonesia

– di Paolo Macina –

Nel mese di settembre il ministro dell’economia indonesiano, Bambang Bodjonegoro, ha annunciato l’emissione di quattro obbligazioni sukuk alla borsa di Dubai per un importo totale di 6 miliardi di dollari, all’interno del Trust Certificate Issuance Programme varato dal suo governo nel 2012. Si tratta della più grande emissione di sukuk mai eseguita sul mercato dell’emirato arabo, e segue l’emissione avvenuta in maggio (sul mercato indonesiano) del più grande bond sukuk al mondo emesso singolarmente, per un importo di due miliardi di dollari, della durata di dieci anni e destinato a supportare progetti immobiliari in fase di costruzione o progettazione. Per dare un’idea dell’accelerazione impressa dal governo indonesiano a questo tipo di emissioni, basti pensare che dal 2009, anno della sua prima emissione sharia’h compliant, al 2014 la repubblica del sudest asiatico aveva emesso solamente cinque obbligazioni islamiche internazionali, la più grande delle quali (l’ultima) di importo pari a 1,5 miliardi di dollari, sempre con durata dieci anni e valutata Baa3 da Moody’s. Siamo di fronte ad una svolta nelle politiche finanziarie di questo paese?

Screen Shot 2016-02-11 at 12.47.14L’Indonesia è un arcipelago di 13.500 isole al largo dell’Oceano Indiano – il più grande del mondo, contenente tra le altre Giava, Sonda, Sumatra, il Borneo, le Molucche e la parte occidentale della Nuova Guinea – che ha raggiunto l’indipendenza in epoca relativamente recente. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, dopo aver subito un’invasione dal vicino Giappone, il governatore Sukarno proclamò l’autonomia dall’Olanda e affermò cinque pilastri (in sanscrito: panca sila) su cui avrebbe basato la politica futura del paese: unità nazionale, internazionalismo, democrazia rappresentativa, giustizia sociale e fede in Dio. In pratica un mix di valori marxisti e religiosi che portarono l’Indonesia a diventare il paese con la maggior popolazione musulmana al mondo (su 210 milioni di abitanti, circa l’86% sunniti e lo 0,5% sciiti  suddivisi tra i gruppi Santri, più praticanti, e Abangan, più secolarizzati) ma governata da uno stato rispettoso di tutte le culture presenti nell’arcipelago e basato su una repubblica presidenziale di stile occidentale. Varie proposte parlamentari di introdurre la Sharia’h come legge di Stato sono state bocciate dal voto dell’aula.

Screen Shot 2016-02-11 at 12.47.00Come altri paesi del sudest asiatico, dopo la grave crisi economica iniziata nel 1997 l’Indonesia intraprese un percorso di riforme che portarono ad una autonomia amministrativa locale e al tentativo di esplorare nuovi sviluppi in ambito finanziario diversi dal capitalismo, accusato di essere l’artefice della crisi, secondo il pensiero dell’economista indiano Sayyid Abul-Ala Mawdudi (foto Wikipedia). Fino a quel momento erano presenti nell’arcipelago solo un piccolo istituto finanziario islamico (Baitul Maal wal Tamwil, attivo a Bandung), la banca Muamalat fondata nel 1992 e alcune banche rurali islamiche. La riforma istituzionale del 2002 (Blueprint for the Development of Islamic Banking) e quella bancaria del 2008 (Grand Strategy for the Development of the Islamic Banking Market, legge n° 21) sono servite a chiarire il quadro regolatorio della finanza orientata ai principi del Corano. Grazie a questi interventi l’Islamic capital market (aperto nel 1997) ed il Jakarta Islamic Index (nel 2000) riuscirono a diventare operativi e ad ospitare il primo mudharabah sukuk nel 2002 e nel 2004 il primo Ijarah sukuk; nel 2009 il governo ha potuto procedere all’emissione del primo sukuk internazionale. Ma fino allo scorso anno era rimasto un caso isolato: nonostante il paese abbia bisogno di importanti investimenti per lo sviluppo delle infrastrutture, le emissioni di questo tipo erano state molto rare. Dal 2010 il governo emette regolarmente sukuk in rupie ogni due settimane, ma quasi tutti a breve termine (di solito meno di un anno) a causa della paura che le obbligazioni con durate superiori possano essere poco liquide. Ora sembra sia arrivata la svolta.

Nel novembre scorso, l’Indonesian Financial Services Authority ha stabilito un nuovo piano di stimolo delle attività faith oriented, che per ora rappresentano solo il 5% degli asset finanziari del paese (erano l’1,7% nel 2007) contro per esempio il 20% della vicina Malesia e il 50% dell’Arabia Saudita. Ha imposto alle banche tradizionali di separare le attività sharia’h complaint entro il 2023 e ha sottoscritto un Memorandum of Understanding con il National Shariah Board (Dewan Syariah Nasional) del Concilio Indonesiano degli Ulema  (Majelis Ulama Indonesia) utile a sviluppare una cooperazione più concreta tra le due istituzioni.

Il governo indonesiano rimane di gran lunga il maggiore emittente di sukuk del paese (il 95% del totale), risultandone anche il garante del rispetto dei principi; alla fine del 2013 gli emittenti degli altri 36 bond quotati al mercato indonesiano risultavano essere emessi da 17 aziende, guidate dalla PLC (Perusahaan Listrik Negara, la compagnia energetica di stato), dalla banca Muamalat e dalla compagnia telefonica Indosat controllata da Qatar Telecom e prima emittente nel 2002 di un mudarabah sukuk. Nel 2012 c’è stato il primo default di una obbligazione ijarah privata emessa cinque anni prima da Berlian Laju Tanker, la terza compagnia di navigazione per prodotti chimici al mondo con sede a Jakarta, per un contratto di lease back relativo ad una sua nave: un effetto tardivo della crisi mondiale del 2008, che ha comportato il default di ben 21 emissioni sukuk tra il 2009 ed il 2010 (11 nella sola Malesia).

Le attuali leggi bancarie prevedono che investitori stranieri possano acquisire fino al 40% del capitale di banche indonesiane, così nel giugno dello scorso anno la Dubai Islamic Bank ha acquisito il 25% della Bank Panin Syariah e Bank Muamalat – che insieme a Bank Syariah Mandiri rappresenta circa la metà del mercato composto da undici banche islamiche (perbankan syariah) e 24 banche con settori islamici – vede nel suo azionariato la stessa Dubai Islamic Bank con partecipazioni di minoranza da parte di Boubyan Bank of Kuwait, Atwill Holdings e National Bank of Kuwait. L’afflusso di capitali stranieri darà sicuramente un ulteriore impulso al comparto.

Il bacino di utenti (risparmiatori e soggetti finanziati) interessati alla finanza islamica in Indonesia è molto ampio. Il fatto che decine di milioni di individui non abbiano accesso al sistema bancario perchè privi di garanzie ha comportato un impetuoso sviluppo delle banche rurali islamiche (Bank Perkreditan Rakyat Syariah: oggi ne esistono 158) che offrono depositi e prestiti personali mudaraba e musharaka. Nel 2013, più del 40% dei prestiti attraverso il sistema finanziario islamico ha riguardato l’acquisto di auto, motocicli e beni familiari. Ma soprattutto, lo scorso anno la Banca centrale d’Indonesia ha emanato una disposizione secondo la quale entro il 2018 le banche operanti nel mercato indonesiano dovranno avere almeno il 20% del loro portafoglio composto da microprestiti. Il settore privato non è stato a guardare e così Sumitomo Mitsui Financial Group ha annunciato l’intenzione di acquisire fino al 40% della Banca Tabungan Pensiunan Nasional, che opera nel settore del microcredito dal 2008 dopo un buyout che l’ha separata dal fondo di private equity Texas Pacific Group. Dovrà vedersela con la concorrenza sempre più agguerrita di Banca Mandiri, di proprietà statale, e di Bank Rakyat Indonesia (Banca del Popolo in lingua locale, la più antica del paese fondata dagli olandesi durante il periodo coloniale), quotata in borsa nel 2003 e a lungo dominante nel settore con più di 20 milioni di risparmiatori. Per inciso quest’ultima non risentì minimamente della tempesta finanziaria che colpì il sudest asiatico a partire dal 1997 perché non coinvolta nel grande scacchiere della finanza internazionale; risultato in linea con quanto riportato dalla Banca Centrale indonesiana che nei suoi report annuali statistica una percentuale di sofferenze delle banche islamiche quasi sempre inferiore a quella riscontrata dalle banche convenzionali o straniere:

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In conclusione, due sembrano essere gli elementi chiave dello sviluppo internazionale del settore islamico in Indonesia: il primo risiede nel fatto che lo stato non impone la legge islamica a tutte le banche, come avviene per esempio in Sudan o in Pakistan, ma  consente lo sviluppo della finanza islamica all’interno di un mercato convenzionale; il secondo è invece favorito dallo sviluppo della regolamentazione dello stato stesso, che non si fa arbitro del settore ma emana le leggi quadro necessarie ai concorrenti di partecipare con le stesse prerogative. Questi due aspetti, non sempre presenti nei mercati in cui opera la finanza islamica, richiamano l’attenzione degli operatori internazionali sempre più interessati a nuovi sbocchi di investimento etico delle loro masse finanziarie. Ma questo approccio pragmatico ha anche attirato le critiche di alcuni studiosi (Timur Kuran, 2004 e Mahmoud El-Gamal, 2006), riguardo l’aggiramento, con tecniche scientifiche raffinate, della riba (divieto di applicare interessi) e l’investimento in prodotti gharar (speculativi o poco trasparenti).

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