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Il modello finanziario Sharī’a compliant e la proposta di legge italiana

– di Stefano Loconte –

Era il 2016 quando l’Onorevole Maurizio Bernardo, Presidente della Commissione Finanze, ebbe l’idea di portare in Parlamento una proposta di legge avente ad oggetto la finanza islamica. L’analisi dei numeri che ruotano attorno al mercato dei prodotti finanziari legati al rispetto del Corano evidenzia infatti un giro d’affari annuo di circa 2 miliardi di dollari, con una crescita che sino a d’ora ha toccato la doppia cifra.

A ben vedere, negli ultimi anni, il settore della finanza islamica ha mostrato un incremento di circa 11,5% tra il 2010 ed il 2015, mentre il sistema convenzionale è cresciuto soltanto del 3,2% tra il 2010 ed il 2014 (secondo quanto riportato dal Financial Stability Board (FSB) nel 2015). Secondo le stime 2016 dell’IFSB (Islamic Financial Service Board) alla fine del 2015 il settore finanziario islamico valeva circa $1.9 trillion, cioè circa l’1% degli assets finanziari mondiali e stando ad uno studio di Standard&Poor’s nel 2018 il valore di tali attivi dovrebbe avvicinarsi ai 3 mila miliardi di dollari.

La componente più rilevante del settore finanziario islamico è sicuramente quella bancaria, la quale rappresenta circa l’80% degli assets finanziari islamici, seguita dai sukuk, il cui mercato ha conosciuto un tasso di crescita ugualmente importante, pari a circa il 15,7% tra il 2010 ed il 2015, per un volume di emissione che ha toccato i 137 miliardi di dollari USA nel 2012 (nel 2003 si attestava intorno ai soli 7 miliardi di dollari). Successivamente ad una battuta d’arresto, nel 2015, l’oustanding balance rappresentava circa lo 0,35% del mercato globale delle obbligazioni.

La rilevanza del fenomeno, unitamente al fatto che nell’ultimo decennio in Europa molti Paesi di matrice non araba – quali il Regno Unito, il Lussemburgo, la Francia e l’Irlanda – hanno gradualmente adattato i propri ordinamenti al fine di poter competere sul piano dell’offerta di prodotti finanziari islamici, ha fatto sorgere l’esigenza anche nel nostro Paese di approcciarsi ad un percorso di integrazione del modello finanziario Sharī’a compliant nel panorama giuridico ed economico italiano.

Uno dei principali ostacoli all’espansione della finanza islamica anche nel nostro Paese risiede nella duplicazione dell’imposizione fiscale che si paleserebbe a causa della struttura di tali operazioni, necessaria a garantirne la conformità ai principi della Sharī’a. La finanza islamica è infatti basata sull’interpretazione del Corano e tra i suoi pilastri vi sono: il divieto di applicabilità di interessi, il divieto di speculazione, nonché il divieto di incertezza intesa quale sproporzione contrattuale.

Benché i prodotti finanziari ed i contratti cd. Sharī’a compliant perseguano i medesimi risultati economici degli equivalenti strumenti offerti dal nostro ordinamento, essi necessitano di una struttura più complessa necessaria a garantire la compliance alla Sharī’a che, allo stato, comporta un costo fiscale non competitivo – soprattutto ai fini delle imposte indirette –  se confrontato con quello derivante da un’equivalente operazione convenzionale.

E’ stato dunque affidato il compito di disciplinare i contratti di finanza islamica al Gruppo di lavoro coordinato dal Prof. Avv. Stefano Loconte, Consulente del Presidente della Commissione Finanze della Camera dei Deputati, con l’obiettivo di delinearne un possibile trattamento fiscale rispetto a quello applicato ai corrispondenti prodotti finanziari convenzionali offerti dal diritto italiano.

L’approccio utilizzato ha ricalcato l’esperienza francese, ossia si è deciso di disciplinare puntualmente il trattamento fiscale di tre delle strutture contrattuali più comunemente utilizzate nelle transazioni rispettose dei precetti del Corano: i contratti di Murabaha, di Ijarah anche nel modello Ijarah wa iqtina, nonché il contratto di Istisna’a. Affianco a questi, è stata disciplinata dal punto di vista dell’imposizione fiscale anche l’offerta di titoli sul mercato del debito. Per quanto attiene i Sukuk è stato toccato anche l’ambito finanziario, in quanto è stata proposta una equiparazione ai valori mobiliari, ai sensi dell’articolo 1, comma 1-bis, del testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58.

La proposta di legge è stata costruita attorno al cd. “substance over form principle”. Sulla scorta di pronunce interpretative fornite tanto dalla Giurisprudenza di legittimità, quanto dall’Agenzia delle Entrate – le quali superano la tassazione del singolo atto laddove si ravvisano elementi di collegamento che generano un effetto giuridico unitario espressivo di una unica capacità contributiva da tassare – in deroga all’articolo 20 del d.p.r. 131/1986, le operazioni finanziarie civilisticamente strutturate secondo i modelli islamici – quindi secondo plurimi passaggi che permettono il rispetto del divieto di applicazione di interessi – vengono qualificate ai fini fiscali come un’unica operazione di finanziamento.

Un progetto ambizioso, che si inserisce in un disegno di sviluppo dell’Italia nella direzione di integrazione ed apertura del proprio ordinamento giuridico e fiscale per favorire l’attrazione sia di investimenti esteri, sia di investimenti da parte di soggetti di fede musulmana che già si trovano sul nostro territorio e che, secondo una stima della BCE, detengono in Italia risparmi che sfiorano i 6 miliardi di dollari.

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