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Le possibilità di investimento Islamico in Italia

È ormai evidente che i mercati europeo e americano fanno a gara per accaparrarsi gli investitori islamici. Un esempio è Londra che, approfittando del clima non proprio amichevole tra gli USA e una parte del mondo musulmano, si è ritagliata un posto di primo piano nella diffusione della finanza islamica. Infatti, seguendo il principio “no obstacles, no special favors”, la capitale britannica ha emendato il proprio sistema fiscale (ad esempio eliminando, nel 2003, la doppia imposta di registro sui finanziamenti immobiliari), e ha stabilito standard specifici di coperture del capitale e di gestione del rischio, per creare un ambiente quanto mai favorevole agli investimenti Shariah-Compliant. Londra è stata, tra il 29 e il 31 ottobre 2013, la sede della nona edizione del World Islamic Economic Forum, la più importante conferenza annuale a livello globale sulla finanza islamica, svoltasi per la prima volta in una piazza al di fuori del mondo musulmano.  In tale occasione, il primo ministro britannico ha annunciato che la Gran Bretagna sarà  la seconda nazione occidentale a emettere sukuk sovrani (ci aveva provato già la Germania nel 2004, con un sukuk da 100 milioni di euro), con l’istituzione di un indice di mercato ad hoc, l’Islamic Market Index, per identificare e attrarre investimenti su quelle aziende che soddisfino i principi d’investimento islamici.

Altro paese in prima linea per l’offerta di strumenti finanziari islamici è la vicina Svizzera, dove esistono già due banche islamiche e dove, a breve, la National Bank of Kuwait ha intenzione di aprire una succursale. Il tanto auspicato esordio dell’Italia nelle emissioni di sukuk (bond islamici) è al momento rimandato a causa di modifiche normative mai arrivate, ma la svolta potrebbe arrivare con l’insediamento della filiale di una banca islamica, oppure con la creazione di “islamic windows” da parte di banche nostrane, o con l’istituzione di fondi comuni d’investimento.

Alcune società di consulenza stanno lavorando sull’armonizzazione di alcuni strumenti finanziari, che potrebbero risultare così appetibili per i quasi 2 milioni di cittadini musulmani presenti nel nostro Paese. Stiamo parlando del contratto di leasing, che può essere adattato al contratto islamico intervenendo sull’approccio degli interessi di mora, e del finanziamento immobiliare (che, grazie alla normativa 12/2010 che ha introdotto il leasing abitativo, prevede che la società di leasing acquisti l’immobile e si faccia carico di spese notarili e imposte e dei conti correnti). In questo ultimo caso sono allo studio dei conti correnti partecipativi, mediante i quali le banche potranno fare raccolta con l’obbligo di assicurare la restituzione a scadenza dei fondi. Se pensiamo ai depositi, dal lato provvista non è esclusa la possibilità che il contratto di deposito si perfezioni senza la previsione di un interesse mentre, dal lato dell’impiego dei fondi, la difficoltà della mancata previsione di interessi a fronte dei rischi assunti dalla banca è superabile. Difatti, La banca potrebbe premiare i correntisti con una serie di convenzioni che potrebbero risultare ben gradite alla clientela più giovane.

Per quanto riguarda i mutui, un’ottima soluzione potrebbe trovarsi nell’importazione in Italia del piano Manzil, promosso dalla United Bank of Kuwait ai tempi dall’Islamic Investment Banking Unit. Nel caso del mark-up generato dal prezzo di riacquisto che il cliente paga alla banca per l’immobile, è possibile pensare alla deducibilità degli interessi ai fini delle imposte sui redditi per il cliente, e alla diversa qualificazione ai fini Irap per la banca. Inoltre, dobbiamo tenere conto che nel panorama legislativo italiano esiste già la possibilità di concedere mutui alle società controllate nell’ambito di un gruppo senza applicazione di interessi attivi sulla somma data in prestito. Di difficile applicazione risulta invece il concetto del profit-and-loss-sharing, che prevede che la banca diventi parte attiva del processo imprenditoriale che, nel nostro ordinamento, è incompatibile col principio di separatezza bancaria dall’impresa industriale (art. 19 TU).

I fondi comuni islamici invece possono essere presi in considerazione. In questo caso, i risparmiatori sottoscriverebbero quote con remunerazione correlata alla performance degli investimenti effettuati dal fondo, senza conoscere a priori l’ammontare delle cedole. Un cliente italiano HNWI, interessato ad investire in strumenti finanziari islamici, o in linea coi principi d’investimento islamici, può affidarsi alle banche internazionali, che nel nostro paese sono presenti con degli sportelli di private banking (quali HSBC, Citibank, BNP Paribas, Société Générale, UBS, Pictet e Barclays) che negli anni hanno aperto singole divisioni, sportelli islamici o subsidiaries, oppure attendere che prenda definitivamente il via il progetto di un indice islamico nel nostro Paese. L’AIAF, sigla italiana dell’associazione degli analisti finanziari, ha messo a punto un paniere di aziende quotate che intende rispondere ai requisiti Shariah-Compliant. Si tratta di un basket virtuale di società che potrebbe ottenere l’interesse delle società FTSE e divenire motivo di attrazione per il flusso crescente di miliardi dal Medio Oriente, dall’Indonesia, dall’Iran e dalla vicina Africa.

Naturalmente non trovano posto nell’indice virtuale banche, holding finanziarie, aziende che commercializzano alcolici, produttori di armi (come Finmeccanica), e tutte quelle società dell’agroalimentare che trattano carne suina e derivati. Non vanno inoltre considerate quelle società che eccedono di un terzo nel rapporto tra somma di cassa e titoli, e market cap. Sono altresì escluse quelle aziende che hanno un elevato rapporto di crediti produttivi di interessi moratori verso la clientela e capitalizzazione di borsa, e ancora quelle il cui rapporto tra debito totale e capitalizzazione risulta superiore o uguale ad un terzo. Così pensato, l’indice premierebbe le realtà del made in Italy che presentano una buona capitalizzazione, un indebitamento solitamente contenuto e una minore leva finanziaria, e che sono presenti coi propri prodotti nei mercati islamici.

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