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Il sistema bancario islamico in Iran

– di Paolo Macina –

Con la vittoria della rivoluzione islamica nel 1979, la monarchia costituzionale dello Scià di Persia si trasformava nella Repubblica Islamica d’Iran, la cui costituzione si ispira alla legge coranica o Shari’ah. Al potere politico tradizionale rappresentato dal Presidente della Repubblica e dal Parlamento, a cui sono riservati i compiti gestionali, si affianca quello di ispirazione religiosa affidato a una Guida Suprema (faqih) coadiuvata da un Consiglio dei Saggi (velayat-e faqih), a cui è demandato l’effettivo esercizio del potere e che riconosce nell’Islam e non nelle istituzioni il vertice dello Stato.

Risponde all’articolo 44 della Costituzione (nel quale è prevista la suddivisione dei settori economici nei quali possono operare lo stato, le cooperative e i privati) la nazionalizzazione dell’intero sistema bancario, che in modo graduale è stato portato, a partire dal 1984, primo ed unico paese al mondo, a sottostare ai precetti del Corano. In quell’anno infatti fu promulgata la “Law for usury-free banking operation” con l’obiettivo di eliminare la pratica dell’usura (riba) dall’intero settore. Non è possibile quindi applicare nessun tasso di interesse ai depositi e ai prestiti (se non nelle transazioni commerciali internazionali), ai quali può invece essere applicata una commissione fissa e un contributo annuo dipendente dai profitti, la cui percentuale varia a secondo dei settori merceologici (per esempio, 4% per le attività manifatturiere e agricole, 8% per i servizi, ecc.). Anche le banche private, autorizzate ad operare dal 2000 con l’affievolirsi delle tensioni internazionali derivanti dalla guerra contro l’Iraq, devono sottostare al principio della condivisione degli utili e delle perdite (PLS).

Le principali banche islamiche iraniane, molte delle quali sono al top dell’elenco delle 100 maggiori banche islamiche mondiali e che secondo un pronunciamento della Guida Suprema del 2006 non possono essere privatizzate sono la Banca Melli (nella foto; presso la sede di Teheran, in via Ferdousi, è custodito il tesoro della Corona, www.bmi.ir), la Banca Sepah, la Banca Maskan, la Banca dell’Industria e delle Miniere, quella dell’Agricoltura e quella dello Sviluppo Estero, oltre naturalmente alla Banca Centrale. Le altre possono essere possedute fino al 40% da privati, secondo una legge emanata nel 2007. A partire da quell’anno il settore bancario ha avuto il seguente sviluppo:

 Market share

In conseguenza di queste scelte, l’Iran è il mercato finanziario islamico più grande al mondo, come riportato dal Fondo Monetario Internazionale:

financial market

A partire dal 1994 le municipalità e le aziende statali possono emettere obbligazioni sukuk sotto forma di partecipazioni (sukuk musharekat) per finanziare progetti specifici di sviluppo. Dal 1994 al 2006 le emissioni sono state un centinaio. Solo a partire dall’aprile 2011 però sono scambiabili al mercato secondario, cosa che sta ampliando il parterre degli emittenti e dei sottoscrittori.

A differenza di altri paesi islamici, l’Iran considera facoltativo lo zakat, che quindi non viene automaticamente prelevato dai conti correnti o in sede di dichiarazione dei redditi. Solamente durante il conflitto con l’Iraq l’ Ayatollah Khomeini introdusse temporaneamente una tassa analoga giustificandola con il principio della necessità (zarura). Una rilevazione statale del 1998 stimava che il 44% degli iraniani versasse lo zakat, una percentuale in linea con quella degli italiani che destinano volontariamente l’otto per mille dei loro redditi alla Chiesa Cattolica. I proventi, che il consiglio degli Ulema ha individuato nel 20% dei profitti, vengono solitamente raccolti e gestiti dalle fondazioni benefiche o Bonyad.

Nate nel 1979 per gestire i beni mobili e immobili che lo Scià e le 54 famiglie del suo entourage (sino ad allora proprietarie dell’85% delle imprese private della nazione) avevano lasciato per rifugiarsi all’estero, le Bonyad sono istituzioni esentasse che rispondono solo alla Guida Suprema, il cui scopo è quello di alleviare le sofferenze di una popolazione in questi anni colpita da guerre, terremoti e carestie. Sono circa 80 mila le istituzioni religiose iraniane (moschee, templi, monasteri, ecc.) che a vario titolo amministrano terre ed imprese: il 40% della capitalizzazione alla borsa di Teheran è nelle mani delle Bonyad, che gestiscono anche l’assistenza sociale, i sussidi, le pensioni di guerra e di invalidità, in un paese dove – lo ricordiamo – il welfare non è garantito dallo stato.

Per fare un confronto con l’Occidente, la Francia, stato storicamente coinvolto nel governo delle principali aziende del paese, possiede tramite l’agenzia delle Partecipazioni Statali oltre 1500 imprese che ne fanno il maggiore operatore sulla Borsa di Parigi, per un controvalore di oltre 100 miliardi di euro (circa il 10% dell’intera capitalizzazione di borsa). Lo Stato Città del Vaticano invece, faith-oriented al pari dell’Iran (anche se con dimensioni decisamente inferiori) risulta proprietario del 100% delle aziende presenti sul suo territorio.

Bank_Melli_Iran_2-Nishapur

Per molti versi, il sistema islamico iraniano si pone come una terza via tra capitalismo e socialismo sulla base dello slogan “né Est né Ovest”, in pratica un tardo epigono delle rivoluzioni terzomondiste degli anni ’60 e ’70, il cui obiettivo è quello di garantire la redistribuzione della ricchezza. Le Bonyad finanziano le università e distribuiscono merci di prima necessità a prezzi calmierati, grazie soprattutto alla possibilità, garantita dallo Stato fino alla fine della seconda legislatura Khatami, di beneficiare di tassi di cambio privilegiati: la Banca Centrale sovvenzionava la differenza tra il valore della moneta iraniana sul mercato libero ed il tasso speciale di cambio concesso alle fondazioni (e a determinate industrie ed enti statali).

La più famosa tra queste, la Bonyad e mostazafin va Janbazan, o fondazione degli oppressi e mutilati di guerra, dispone di un patrimonio tra i 10 e i 12 miliardi di dollari a seconda del tipo di tasso di cambio del rial con il dollaro, e genera il 12 per cento del PIL iraniano. Per garantire l’assistenza di centoventimila famiglie di veterani della guerra con l’Iraq gestisce frutteti, imprese di costruzione (ha costruito il Terminal 1 dell’aeroporto Imam Khomeini di Teheran), fabbriche metalmeccaniche, raffinerie e interi quartieri di edilizia popolare e di lusso; dall’industria alimentare ai beni non durevoli all’industria pesante, per un totale di 400 aziende e 400 mila dipendenti. Ancora in tempi recenti era la sola concessionaria ufficiale di Mercedes, Bmw, Volkswagen e Toyota. E’ proprietaria di hotel di lusso (gli ex Hyatt e Hilton, l’Azadi e l’Esteghlal a Teheran), della Bonyad Shipping Company, una compagnia di trasporti marittimi (dispone di oltre 50 navi), di una linea aerea (la Aseman) e una società petrolifera (la Bonoil). Fa capo a questa fondazione anche l’azienda che produce Zam Zam, la bevanda analcolica più consumata in Iran. La fondazione è proprietaria anche di alcune banche, come la banca Sina, che provvede al pagamento degli stipendi dei Pasdaran; controlla alcune banche a Dubai e pubblica tutte le sue proprietà e i suoi bilanci sul sito internet (www.irmf.ir).

La Bonyad che gestisce il santuario dell’imam Rezà a Mashhad nel Khorassan (in Farsi Astan-e Quds-e Razavi, http://news.aqr.ir/en) ha sede nella città in cui nacque la Guida Suprema Ayatollah Khamenei; ha dodici milioni di pellegrini all’anno e usa i proventi delle ingenti donazioni al mausoleo eretto in onore dell’Ottavo Imam soprattutto nell’agricoltura: è il maggiore datore di lavoro della provincia, ha una parte importante nelle esportazioni verso le Repubbliche dell’ex Urss, controlla oltre cinquanta aziende industriali e agricole ed ha un patrimonio di circa 20 miliardi di dollari. Dopo la guerra con l’Iraq, la Bonyad si fece carico delle ricostruzioni necessarie a riattivare le infrastrutture della provincia e garantì la sussistenza a tutti i suoi abitanti.

Esistono poi la Bonyad e panjdah e khordad (fondazione del 15 del mese di khordad, che ricorda la prima rivolta khomeinista del ’63), famosa in Occidente per la fatwa lanciata contro lo scrittore Salman Rushdie, la Bonyad e shahid, o fondazione dei martiri della rivoluzione e della guerra Iraq – Iran (www.isaar.ir) e molte altre minori entità.

Diversi economisti finanziari (I. Toutounchian 2009, I. Warde 2010, R. Wilson 2012, M. Iqbal e D. T. Llewellyn 2002) ritengono che l’economia islamica che prevede il divieto della riba, il versamento dello zakat e la gestione del welfare da parte delle Bonyad sia stata la più adeguata negli ultimi 30 anni – più di quanto avrebbe potuto consentire la finanza capitalista tradizionale – ad affrontare le complessità derivanti da fattori di forte stress quali la guerra con l’Iraq, l’embargo internazionale, l’economia dipendente quasi solamente da un unico asset cioè il petrolio; fattori che hanno esposto il paese a problemi quali l’alta inflazione, la fuga di capitali all’estero, una bilancia commerciale estremamente mutevole. Per esempio, uno degli indicatori più usati per misurare il grado di disuguaglianza presente in un paese, il coefficiente di Gini, nel 2009 era valutato in Iran 0.43; a titolo di paragone, quello degli Stati Uniti nello stesso periodo era stimato 0.45, mentre Danimarca e Sudafrica avevano rispettivamente i valori 0.23 e 0.59. In genere, i paesi a maggioranza islamica in cui è presente lo statuto dello zakat, in modo volontario o obbligatorio, hanno un indice inferiore a quelli in cui lo zakat non è presente (R. Powell, 2010).

In Iran si è sviluppato recentemente il settore del microcredito (prestiti) e della microfinanza (money tranfer, assicurazioni, gestione del risparmio), con circa 3500 istituzioni attive (anche se le prime sei gestiscono il 90% degli asset del settore) che rispondono al “law on the regulation of nonbank money markets” istituita nel 2007. La prima ad operare in questo mercato fu la Bank Keshavarzi (Banca dell’Agricoltura) fin dal lontano 1933. Seguì successivamente lo sviluppo dei fondi Qard-al-Hasan, da parte soprattutto delle moschee, il cui funzionamento a rotazione dei depositi è molto simile a quello delle tontine africane. Il primo di essi si chiamava Eternal Saving Fund, prestava denaro agli indigenti della comunità (ovviamente senza interessi) e fu istituito nel 1967 da una moschea a sud di Teheran. Nel 2008 i fondi censiti di questo tipo erano circa 7000.

Nel 2014, l’Ngo Tak International, grazie all’IFAD, il fondo ONU per lo sviluppo agricolo, ha intrapreso la prima esperienza di microcredito in aree rurali della provincia attigua al Kurdistan, in collaborazione con Bank Keshavarzi. Anche in questo caso i microcrediti devono essere restituiti tramite il meccanismo della divisione dei profitti.

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